Novembre 20, 2018
by Beppeb
Pena e Speranza

Intervista a don Giambattista Mazzucchetti, cappellano delle carceri di via Gleno (Bg) dal 2012, collaboratore della Caritas diocesana e vicario parrocchiale a S. Lucia (Bg)

 

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Cosa conosce la gente comune sul mondo delle carceri e come viene disegnato dai social e media?

Il carcere è una realtà sottratta allo sguardo e alla conoscenza della gente comune perché, pur essendo dentro la città, si trova alla periferia della città stessa, con mura che “contengono” così bene che a volte non lasciano neppure uscire notizie su situazioni drammatiche in cui vivono sia i detenuti che gli agenti di custodia.
I pregiudizi dell’opinione pubblica rispetto alla realtà carceraria hanno un peso negativo, benché i detenuti non nascondano la colpevolezza. Ci si dimentica che dentro vi possano essere persone in attesa di giudizio o persone accusate ingiustamente.
Sentire, dunque, il peso della condanna che la società emette senza conoscere, evocanti espressioni gridate sulla certezza della pena, come il “chiuderli e buttare via la chiave” procurano non solo dolore al detenuto, ma ancora di più ai familiari che con lui condividono la pena di una separazione. Pensare, inoltre, che la pena sia meritata per le azioni commesse diventa un mar- chio difficile da cui liberarsi e, benché in carcere l’attesa passi lentamente, al momento della scarcerazione risulta difficile l’integrazione nella società perché bollato come “carcerato”, come colui che non merita più fiducia e perciò senza opportunità.
Certamente i pregiudizi gravano quando si trasfor- mano in giudizi che non si sollevano più e tolgono ai detenuti la speranza di ritornare ad una vita normale con moglie, figli, lavoro, casa e con il rispetto delle altre persone. La Messa, per il detenuto, diventa un tempo e spazio per la speranza, dove imparo a non temere lo sguardo dell’altro.

E allora cosa dovrebbe sapere la gente?

Si sa, il carcere è il luogo dove si sconta la pena, è luogo di detenzione per eccellenza dovuto, purtroppo, alla difficoltà di mettere in atto strumenti alternativi alla reclusione. Succede perché i cosiddetti “domiciliari”, i “servizi sociali” o “l’ufficio esecuzione penale esterna” richiedono specifiche condizioni, a volte difficili da reperire: una residenza, un permesso di soggiorno, un lavoro, o qualcuno che ti prenda in carico economicamente. Spesso si tratta di persone senza domicilio, come extracomunitari che, partiti in cerca di fortuna, dormono dove possono e si accontentano talvolta di rifugi di emergenza se il meteo non permette loro di dormire all’aperto. La povertà quando è ai limiti della sopravvivenza induce qualcuno a commettere un reato e colui che lo fa non ha possibilità di cercarsi un lavoro onesto per mantenersi in vita e accetta, per disperazione, “lavoretti” illegali. Il carcere è pieno di vite con queste povertà che la società non è riuscita a risolvere. Ma, se la società offrisse la possibilità di pagarsi l’affitto equo di una casa e di un’attività lavorativa per mantenere le persone a loro carico, la situazione sarebbe totalmente diversa. Ciò non è una giustificazione alla delinquenza … e lo sanno anche loro! A colloquio mi raccontano le loro storie e i loro perché, ma quello che emerge è la fame di opportunità per cambiare vita anche dentro il carcere, struttura che peraltro deve tendere alla rieducazione del detenuto e mai diventare disumanizzante. Purtroppo, l’interno del carcere riflette la stessa povertà di occasioni che c’è fuori. Privato dalla sua libertà, il detenuto sottomette anche la propria volontà alla volontà dell’istituzione: “Posso andare a scuola?”, “Posso andare in cortile?”, “Posso andare in biblioteca?”. E tutto si riduce ad una “domandina”, formulario … burocrazia farraginosa per muoversi minimamente.
Il senso del carcere deve essere comunque rieducativo: significa, per il detenuto, recuperare maggiore fiducia in sé per essere in grado di fare qualcosa di buono, certo soprattutto attraverso il lavoro ma anche lo stu- dio a scuola o nelle attività ludico-creative; mentre per la società il carcere deve porre in atto attenzioni per una sua funzione risocializzante e non vendicativa.

Come si convive in cella?

Se un detenuto era povero fuori, lo è anche dentro il carcere. Qui la convivenza è forzata e difficile è la fraternità o l’amicizia. Ma qualche spiraglio di luce c’è: qualcuno fa la spesa condividendola con il nuovo arrivato, la guardia offre un kit di emergenza che forniamo noi cappellani grazie all’aiuto delle suore Poverelle … e così via. Sono piccoli segnali che evidenziamo ed aiuta- no nell’esercizio alla fraternità. Il rapporto sincero non è immediato, c’è chi preferisce chiudersi in se stesso perché crede che l’altro non possa capirlo ma, una vol- ta compreso che ogni reato è diverso dall’altro, arriva la confidenza, l’aiuto, il suggerimento “professionale” del detenuto accanto che dice: “fai questa domanda” o “scegli questo avvocato”, oppure “richiedi questi benefici di legge”.
Certo, per chi entra, l’impatto è duro: non poter chiamare nessuno oppure non sapere se fuori qualcosa a suo riguardo si muove… Il primo che incontra è il sacerdote. Nell’immediato c’è bisogno del ricambio, far sapere ai famigliari dove si trova, contattare l’avvocato. Capitano casi di recidiva o di vecchi reati che vengono notificati a distanza di anni quando si è già costruita una vita con legami familiari solidi. Hai lo sguardo sul dolore. Vedi buttare all’aria tutto quello che si è costruito: il lavoro, la famiglia. Allora, il compito di noi cappellani è dunque quello di creare rete con la famiglia del detenuto, con le varie istituzioni, con la parrocchia, con la Caritas, la San Vincenzo. Anche qui … c’è una Chiesa “dentro” che soffre, ma c’è anche una comunità di cristiani “fuori” che non si dimentica del fratello che ha sbagliato e che può occuparsi della sua famiglia. Inoltre, se è vero che un detenuto ha la possibilità della visita famigliari 6 volte al mese è anche vero che a chi ha parenti lontani è precluso da questo beneficio.

Che rapporto c’è tra speranza e condizioni di vita nel carcere?

Speranza e condizioni di vita interagiscono. Se le condizioni di vita migliorano all’interno del carcere, allora il detenuto diventa più socievole, meno arrabbiato. Quando, per esempio, si è in attesa di giudizio coi tempi burocratici lunghi (passano mesi, non giorni) si intuisce la durezza se si considerano anche i casi di innocenza. Ma, se le condizioni dentro il carcere migliorano, allora anche la detenzione viene mitigata. Si spera inoltre che migliorino le condizioni “fuori” dal carcere perché chi è “dentro” trovi una possibilità di riscatto interiore per non ricadere. In questo la Chiesa lavora con altre associazioni territoriali, una tra queste l’Associazione Carcere e Territorio, associazione laica che si occupa di trovare una dimora e una borsa lavoro per il detenuto. La Diocesi di Bergamo quest’anno ha finanziato alcune borse lavoro per dare la possibilità a chi non è resi- dente di riprendere in mano la propria vita partendo da basi solide: casa e lavoro.
Dare speranza è aiutare a ritrovare in sé la speranza anche se si ha il sentore di una società che giudica per il peccato: punta il dito al ladro, allo stupratore o all’omicida. La verità è che ciascuno di noi è persona che non va considerata per il male che fa o ha fatto, ma per il bene che può fare perché si riconosca quella “infinità” in quanto persona.
Tante volte si sente parlare di “mostri” che sono “dentro” per i delitti efferati commessi, ma al di là degli sbagli e delle efferatezze si rimane “figli e fratelli” con la possibilità di fare del bene soprattutto quando il bene glielo si mostra. Come Chiesa siamo lì a dire che Dio non condanna. Diciamo: “non lasciatevi rubare la spe- ranza perché vi aiuta a progettare in modo diverso, un futuro”. Poi, certo, ci sono tante relazioni da mettere in atto perché il futuro non si basa su qualcosa che deve venire ma lo si prepara adesso, nel presente: cercare il domicilio, il lavoro. Perché il presente è la condanna che non pesa solo sul detenuto ma su tutta la famiglia e quando c’è un affitto da pagare o delle utenze, allora c’è anche una rete sociale che comincia a tessere un sostegno alla famiglia. Senza questo si sprofonda nella disperazione.

E rispetto al passato?

Ci sono stati alti e bassi. Dipende come sempre dalla politica, e non è tanto questione di decreti “svuotacarceri” che riducono il sovraffollamento o sullo sconto della pena “mai certa” bensì dalla volontà dei giudici di ricorrere a strumenti alternativi alla reclusione per l’applicazione della pena. A chi aderisce al program- ma di rieducazione, a chi non crea problemi all’interno del carcere e si adatta ad una convivenza rispettosa dell’altro, la legge permette la riduzione della pena di 45 giorni a semestre. L’opinione pubblica su questo argomento a volte ha una visione semplificata, diver- sa da quella degli addetti ai lavori. È però dimostrato che quando lo Stato è meno “aguzzino”, “punitivo”, più capace di dare fiducia alle persone, allora è possibile il riaffiorare della speranza. Laddove mancano percorsi alternativi la recidiva è più alta. È la società stessa che deve imparare a proporre e migliorare. Rispetto al 2012, oggi, negli ambienti giudiziari, si sta parlando maggiormente di Giustizia Riparativa o Riconciliativa (per il reato commesso ci deve essere una disponibilità a mettersi a disposizione per la comunità civile) che non di Giustizia Retributiva (ad un reato corrisponde una pena). Ripagare il male (reato) con del male (pena), non è un concetto cristiano di giusti- zia. Si apre una nuova visione: se prima per un reato corrispondeva una pena calcolabile in tempo, adesso per quel reato ci può essere anche un percorso perso- nalizzato di riabilitazione. Studi giuridici anglosassoni mostrano che il carcere concepito come lo è ora non ottempera al suo scopo di umanizzazione e rieduca- zione. Principio condiviso, che appare buono, ma non può essere realizzato con gli strumenti che attualmente abbiamo.

«Il Signore è dentro con loro» diceva papa Francesco ai cappellani delle carceri italiane nel 2013. È Lui la vera speranza quando una condanna priva il detenu- to della libertà?

Lo ribadì anche nel 2016, nell’anno della Misericordia: “La vostra porta santa è quella della cella”. Lo diceva non in quanto privilegio ma per offrire la possibilità, di riflettere al male fatto, per non fermarsi e andare oltre nel progettare un futuro senza il male, perché c’è un bene che aiuta a capire che la vita va vissuta tutta … e al meglio, nel compimento del bene. Questo discorso ha sorpreso tantissimo i detenuti perché il Signore era già lì che aspettava per aprire orizzonti nuovi.

Papa Francesco sorprende sempre tutti. Era il 23 otto- bre 2013 quando diceva a noi cappellani delle carceri: “perché lui è lì e non io […]?”


È vero … “perché lui e non io?”. In quelle condizioni avrei potuto trovarmici senza l’aiuto di qualcuno per indiriz- zarmi sulla strada giusta anziché su un percorso sba- gliato. È vero perché, purtroppo, gli errori sono sempre un’alternativa ad una scelta di bene quando sono più allettanti, promettono una vita facile, a basso costo, a basso impegno. Ma la vita chiede sempre impegno per essere buona.
In carcere Gesù diventa la speranza: è il compagno che ti dà un buon consiglio, colui che condivide con te un caffé, del zucchero, una sigaretta; chi ti dà il vestito se sei sprovvisto; è quella persona che fa il suo dovere ma anche vigila e aiuta nel compito educativo e risocializ- zante. È un Gesù concreto. Perché prende le sembianze delle persone che sono lì, come i tanti volontari che non hanno condiviso la mentalità che c’è fuori del “la- sciateli dentro e butta via la chiave”, ma stanno lì e condividono la fatica della reclusione, della perdita di libertà e sottomissione della volontà alla decisione altrui. È chi non giudica, chi è motivo di speranza per una vita migliore fuori. Gesù si concretizza nelle persone che hanno compassione ed è presente nelle celebrazioni della Messa il sabato e la domenica. Chi ha frequentato i sacramenti, soprattutto nell’anno giubilare a motivo della misericordia, ha preso coscienza del male fatto togliendo la maschera davanti a Dio e si è alleggerito con il desiderio di camminare con una speranza reale e fattibile .

All’orizzonte pastorale della Chiesa gli emarginati, e quindi i carcerati, sono sempre al primo posto, ma l’attuale clima sociopolitico di risentimento e odio verbale oscura le alternative alla vendetta. Non sono più tempi di pietà e di speranza, come si resiste alla regressione?

Si resiste alla regressione cercando di conoscere il de- tenuto, la sua storia, il suo vissuto e la sua famiglia, magari agevolando il ricorso a quegli strumenti che la legge mette a disposizione, come alternativa alla reclusione, ad esempio l’esecuzione esterna della pena. Un ufficio (UEPE) si occupa di queste questioni ma diciamo che è compito della comunità cristiana e di qualsiasi associazione di volontariato, agevolare tale ufficio a far si che il detenuto possa trovare una casa, un lavoro e ritornare ai suoi affetti. L’articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario, non si tratta di una vera misura alterna- tiva alla detenzione ma di un beneficio, concesso dal direttore dell’Istituto di pena, consiste nella possibilità di uscire dal carcere per svolgere un’attività lavorativa, anche autonoma oppure per frequentare un corso di formazione professionale. Si supera la regressione continuando a dare speranza … la vita di un detenuto non finisce lì, il carcere è solo il tempo opportuno per rivedere la propria vita, riprogettarla, mettere le basi per un percorso possibile, abbandonando il sogno di una vita facile dove tutto è lecito, anche fare del male agli altri per raggiungere delle sod- disfazioni passeggere. In caso contrario il carcere sarebbe una scuola di affi- namento nel commettere i reati e non farsi prendere, nel “migliorare”, cavarsela senza essere beccato perché sono quelli che hanno avuto più esperienza nelle rapine piuttosto che nei furti a spiegarti come si fa. Ma questi sono cattivi maestri e ci sono! Meglio evitarli. Bravi maestri sono invece la scuola, il detenuto che ha capito e consiglia, la Parola di Dio che ti raggiunge. “Una giustizia di speranza – diceva papa Francesco – non è un’utopia, si può fare”.

Che ne è della rieducazione del detenuto (terzo com- ma dell’art. 27 della Carta costituzionale) e della prevenzione?

È un lavoro, innanzitutto, interiore perché il detenuto spesso e volentieri trova giustificazioni ai suoi crimi- ni: “È la società che ce l’ha con noi, è lo Stato che mi ha ridotto sul lastrico …”. È vero, però così facendo si giustifica il male diventando vittime del male stesso e non aiuta a capire che il male va riconosciuto in quanto fatto a persone, a una comunità, la quale finisce per escludere chi lo ha commesso. Il lavoro interiore è scrollarsi di dosso questo peso e non una questione temporale: “Ho scontato 4 mesi e ho ripulito la coscienza”, perché il male rimane e la società fatica a ridare fiducia al detenuto, al suo riscatto interiore esistenziale. Secondariamente è importante il supporto di una casa e di un lavoro che aggiungono stabilità ad un progetto di rieducazione.

Giobbe dice: “Ti ho conosciuto per sentito dire ma ora Ti ho visto”. È possibile conoscere il Mistero e toccarlo nella quotidianità di una casa circondariale?

Parlo per me. Quando si entra in contatto con la realtà del carcere ci accompagnano i pregiudizi del tipo “hai fatto del male quindi te lo meriti”. Questa tentazione riaffiora, ma con la pazienza nell’ascoltare la storia del carcerato, allora torna facile capire la domanda del papa “Perché lui e non io?” … “Se io mi fossi trovato nelle sue condizioni come avrei reagito?” .  Nella relazione con il detenuto si impara a vedere la propria umanità e fragilità, ma c’è un Dio che non si spaventa della nostra fragilità umana e che dentro quella fragilità ha posto la bellezza di chi può discernere il bene e sceglierlo. Giobbe si lamenta, dice che è troppo piccolo, non comprende il progetto che lo sovrasta però crede in Dio, non può essere che bontà e bellezza, poi viene ripagato di tutto anche se non rimedia il male subito. Significa che la nostra fragilità può essere esposta al male ma c’è un bene ancora più persistente che è quello che Dio ci vuole. Questo ci aiuta a scegliere il bene. Nei confronti dei detenuti penso che questa realtà la vivano ogni volta che trovano persone che non giudicano, ma semplicemente stanno accanto a loro nel condividere il tempo e progetti da costruire insieme nonostante gli impedimenti burocratici. Essendo i detenuti persone fragili che per un nonnulla pensano al peggio – per esempio, la mancata visita di un parente – la figura di un intermediario con la realtà esterna risulta salutare e sapere che la mancata visita è per un ritardo del treno fa tornare il sereno. Cappellani, volontari e la comunità cristiana presente nel carcere fa sì che l’esterno entri costantemente e allora le feste organizzate, la castagnata, il fine scuola, l’epifania … diventano occasioni per incontrarsi in cortile, all’aria aperta e non dietro le sbarre per i colloqui forzati e l’agente che ti guarda.

La cartina di tornasole di una civiltà Montesquieu la misurava “dalla mitezza delle sue pene”. Qual’è la posizione della Chiesa rispetto all’ergastolo?


Papa Francesco ha recentemente cancellato l’ammis- sione pena di morte dal Catechismo. L’ergastolo penso che sia una palese sconfitta da parte di uno Stato che non riesce a tener fede ai suoi principi più umani e veri. Se è vero che l’articolo 27 della Costituzione afferma che la pena deve tendere alla rieducazione, con l’ergastolo, cioè il carcere a vita, declino da ciò che è scritto nella carta costituzionale cioè sono in contraddizione. La Chiesa non riconosce l’ergastolo perché la sua presenza contraddice la speranza della fiducia che Dio ha per ogni uomo, cioè di riscattarsi dalla propria condizione di fragilità. L’ergastolo è un controsenso, una sconfitta da parte della società nei confronti di quelle persone che, penso, possano sempre vedere e far vedere il bene e il bello che portano dentro. In caso contrario rischiamo di perdere anche noi quella speranza di una possibile convivenza con altre persone. Non sono mostri o extraterresti, sono persone con le quali si può parlare e dialogare. Purtroppo c’è questa “fine pena mai”.

Quali miglioramenti ti aspetti per il futuro?

Il futuro è volere progettare, passo dopo passo, ciò che è realizzabile con la mia volontà e l’aiuto degli altri, della società. Ciò porta a desiderare una vita possibile e concreta: si parte sempre dal riconoscere i propri errori, liberandoci di questo pesante fardello, al progettare un primo stipendio, un appartamento da condividere inizialmente e poi andare avanti giorno dopo giorno aprendosi ad un futuro migliore e sperando nel domani.